Ktipiti, crema di peperoni e feta

Qualche mattina fa sono andata al parco all’orario esatto di apertura. Sono stata la prima ad entrare, come ad un’inaugurazione fatta soltanto per me.
L’aria era ancora miracolosamente fresca, il silenzio intaccato da pochi, deboli rumori.
Un gruppo di colombi sostava sotto ai piccoli pruni del viale alberato, calpestando le prime foglie secche già cadute dagli alberi. Un cic-ciac delicato e esitante, di chi si muove con circospezione.

Ho costeggiato il grande prato centrale per raggiungere il vialetto che attraversa il bosco e sale fino in cima. Ai lati, piccoli fruscii improvvisi, a volte leggeri e impercettibili, altre più netti e massicci, ma i responsabili si guardavano bene dall’uscire allo scoperto. Era come avere piccoli e invisibili accompagnatori che seguissero il mio percorso.

Ad un tratto, da un albero un po’ discosto dagli altri, al margine del boschetto, vedo spuntare una coda. Una coda folta e rigogliosa, fremente, e dall’altra parte del ramo un musetto che mi scruta titubante. Non devo essergli sembrata una gran minaccia: dopo una sommaria valutazione lo scoiattolo è sceso fin quasi a terra, ha raccolto una piccola ghianda e ha iniziato a risalire a rapidi scatti, fermandosi ogni tanto ad annusare l’aria.

Il caldo iniziava a diventare percettibile, nonostante la provvidenziale ombra degli alberi e proprio mentre la fatica iniziava a farsi sentire, ecco che la grande villa si è palesata dietro all’ultima curva.
Elegante e solida nel suo giallo sobrio, come una contessa ormai in rovina ma della quale nessuno metta in discussione il prestigio.

Le ho girato intorno, per vedere se fosse cambiata, se ci fossero tracce di vita, ma tutto sembrava immobile come sempre, fermo al punto in cui lo avevo lasciato. Sono arrivata fino alla cancellata sul retro, una piccola area racchiusa dal bosco dove immagino una volta ci fosse un orto ad uso della servitù e che invece oggi è occupata da una distesa di alte sterpaglie ingiallite. Ho afferrato le sbarre, mi sono sporta un poco, in attesa. Poi gli ho voltato le spalle e ho cominciato a ridiscendere.

Lo ktipiti è una salsa cremosa a base di peperoni arrosto e feta che ho scoperto anni fa da Edda, nel blog Un déjuner de soleil e che apartiene alla tradiziona culinaria greca.
Come potrete immaginare, è al tempo stesso fresca e saporitissima, una di quelle cose che io non smetterei mai di mangiare, soprattutto su una frisella o una fetta di pane tostato. Nella ricetta originale c’era anche lo yogurt greco, ma a me sembrava così golosa che non ho voluto “diluirla”. A voi la scelta.

Ktipiti, crema di peperoni e feta

Porzioni: 2       Tempo di preparazione: 15′       Tempo di cottura: 20′ + 15′ di riposo

Ingredienti

1 peperone rosso grande (o due piccoli)
100 g di feta
150 g di yogurt greco (facoltativo)
1 cucchiaio di olio d’oliva
1 spicchio d’aglio
erbe aromatiche miste (io ho usato origano, timo, maggiorana)
un pizzico di paprika piccante
pepe

Tagliate in due il peperone nel senso della lunghezza, togliete i semi e i filamenti e mettetelo su una teglia coperta di carta forno con la parte tagliata verso l’alto. Mettete su ogni metà mezzo spicchio d’aglio, sale, origano e un filo d’olio e infornate a 220°C per 20-25′. Trascorso questo tempo, rimuovete l’aglio e mettete le falde di peperone in un sacchetto di plastica (di quelli da surgelatore), sigillatelo e aspettate 15′: così sarà più facile spellare il peperone. Spellate il peperone e frullatelo insieme alla feta sbriciolata all’olio e alle erbe aromatiche. Aggiungete un po’ di paprika e tenete in fresco prima di servire.

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