Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann

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Da che parte iniziare per parlare di quello che è il libro di una vita?

Arcinoto nel titolo, praticamente sconosciuto ai più nel contenuto e nella reale sostanza – ad eccezione dell’abusato e banalizzato episodio della madeleine – il capolavoro di Proust mi ha sempre attratto sin da bambina.
Sia stato il titolo evocativo, la lusinghiera aura di elitarietà che connotava i suoi lettori, o i vaghi e affascinanti riferimenti incontrati per caso in ambiti rigorosamente extra-scolastici, questo testo ha esercitato su di me un incomprensibile fascino per anni ed anni.

Fino a quando, finalmente padrona del mio tempo, ne ho intrapreso la lettura.
E un intero mondo mi si è disvelato.
Mai inconsapevole attrazione si è rivelata più motivata.

Questo è decisamente il libro di una vita. O – perlomeno – della mia vita. E, a distanza di tre anni, tanta era la nostalgia di questo autore, delle sue parole, della sua sensibilità che ho deciso di leggerlo nuovamente.

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Fare una sintesi del contenuto di questo primo volume (dei sette che compongono l’opera) è tanto arduo quanto sostanzialmente irrilevante. Dirò soltanto che contiene riferimenti all’infanzia e alla fanciullezza del protagonista, con l’inserto di un ampio capitolo chiamato “Un amore di Swann”, che secondo alcuni può anche essere letto come un libro a sé, sebbene in questo modo si perdano molti dei suoi numerosi significati.

Il primo è, simbolicamente, il volume di Combray, trama fondamentale del tessuto vitale del narratore; il volume dell’attrazione atavica degli aristocratici Guermantes; delle passeggiate dalla parte di Mésèglise; della prima comparsa di Gilberte. Della descrizione struggente di soggetti naturali apparentemente infinitesimali, che l’osservazione quasi scientifica dell’autore e la sua capacità di trasporne l’essenza con ricchezza lessicale e meticolosità poetica rendono coinvolgenti, commoventi ed esaltanti.

Poiché, in quel punto, le rive erano molto boscose, le grandi ombre degli alberi davano all’acqua un fondo che appariva perlopiù verde cupo ma che a volte, rincasando in certe sere rasserenate dopo un temporale pomeridiano, ho visto d’un azzurro tenue e crudo, che sconfinava nel viola, rifinito come uno smalto e di gusto giapponese. ninfea1
Qua e là, sulla superficie, un fiore di ninfea dai bordi bianchi e dal cuore scarlatto rosseggiava come una fragola. Più oltre, i fiori erano più numerosi e più pallidi, meno lisci, più granulosi, più pieghettati, e disposti dal caso in volute così eleganti che sembrava di vedere galleggiare alla deriva, come nello sfogliarsi malinconico di una festa galante, delle ghirlande sciolte di rose borraccine. Altrove, un angolo pareva riservato alle specie comuni, che mostravano il lindore bianco e rosa delle esperidi, simili a porcellane lavate con meticolosità casalinga, mentre ancora un po’ più in là si sarebbe detto che delle viole del pensiero, strette l’una contro l’altra in una sorta di piattabanda galleggiante, fossero venute dai giardini a posare come farfalle le loro ali azzurrognole e candite sull’obliquità trasparente di quell’aiuola d’acqua; aiuola celeste, anche, giacché il colore che creava in sottofondo ai fiori era più prezioso, più commovente di quello stesso dei fiori; e sia che facesse scintillare sotto le ninfee, nel pomeriggio, il caleidoscopio di una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che si colmasse verso sera, come certi porti lontani, del rosa sognante del tramonto, cambiando di continuo per rimanere sempre in accordo, intorno alle corolle dalle tinte più stabili, con quel che c’è di più profondo, di più fuggevole, di più misterioso – con quel che c’è d’infinito – nell’ora, sembrava che li avesse fatti fiorire in pieno cielo.

Tra gli aspetti per me più affascinanti è il modo in cui l’autore affronta la materia trattata, l’ironica finezza nel descrivere gli aspetti psicologici dei personaggi, l’attenzione per le sfumature umorali ed emotive, il modo in cui queste si intrecciano ai condizionamenti sociali e familiari.

E poi la scrittura piena, ricca, articolata. Indispensabile per descrivere una realtà interiore sfaccettata e variegata.
Un periodare lungo, strutturato, del quale a volte si fatica a seguire la frase principale, che si suddivide in mille rivoli complementari alla corrente principale e che alla fine si riverseranno tutti in essa, arricchendola e completandola. Una sintassi che richiede impegno e attenzione, ma che premia il lettore devoto con il piacere di cogliere un messaggio pregnante, espresso nella forma più congeniale per farlo risaltare nella sua verità.

Tutto, in Proust, è complessità. Nel senso di ricchezza, pienezza, rigoglio. Credo sia inevitabile per chi scrive con l’obiettivo di realizzare un’opera capace di illuminare la realtà della vita umana, di disvelare il senso di ciò che attraversiamo quotidianamente e quotidianamente fraintendiamo nel suo significato vero.

All’improvviso un tetto, un riflesso di sole su una pietra, l’odore d’una strada mi facevano sostare per uno speciale piacere che ne traevo e anche perché sembravano nascondere, dietro ciò che vedevo, qualcosa che mi invitavano ad andare a prendere e che io, malgrado i miei sforzi, non riuscivo a scoprire.

Inutile parlarne ancora.
Vi consiglio semplicemente di leggerlo.
Certo, ci vuole tempo a disposizione, e un po’ di concentrazione. Ma questo libro sarà in grado di svelarvi aspetti della realtà a volte intuiti ma mai formulati consapevolmente. Oppure ritroverete osservazioni e pensieri profondamente vostri, che avreste tanto voluto saper esprimere così. O ancora, sarete sorpresi da qualcosa a cui non avevate mai pensato e che si rivelerà quanto mai acuto e preciso nella sua verità.
Oppure, se siete diversi da me, ne sarete mortalmente annoiati e lo abbandonerete dopo qualche pagina.
Ma, sinceramente, ne dubito.

I fatti non penetrano nel mondo dove vivono le certezze della nostra fede, non le hanno fatte nascere né sono in grado di distruggerle; possono infliggere loro le più dure smentite senza indebolirle.

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO. DALLA PARTE DI SWANN
Autore: Marcel Proust
Editore: Mondadori (collana: I Meridiani)
Anno: 1913
Traduzione: Giovanni Raboni
Pagine: 516

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Con questo post partecipo alla Sfida di lettura “Un classico al mese”, indetta dal blog Storie dentro storie.

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17 comments on “Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann

  1. 21/05/2013 at 08:54

    Che cosa mi hai fatto venire in mente!!! Uno dei miei libri preferiti, letto in un’estate calda per l’esame di letteratura francese all’Università. Me lo voglio rileggere prima o poi…. quanti ricordi!!!
    Un abbraccio!

    • 21/05/2013 at 13:29

      Sono felice di averti richiamato bei ricordi…e di aver trovato qualcuno che condivide il mio entusiasmo per Proust! Un abbraccio anche a te! 🙂

  2. 23/05/2013 at 14:37

    Sì, devo dire che mi incuriosisce…l’unica cosa che mi rende un po’ perplessa è il timore di perdere il senso delle frasi lunghe (anche se, a volte, anche io le faccio esageratamente lunghe e con parentesi e incisi che, forse, fanno perdere il filo del discorso), però prima o poi voglio leggerlo! 🙂 Grazie della segnalazione esclusiva! 😀

  3. 03/12/2013 at 11:03

    Wow, mi chiedo mai se riuscirò a leggerlo…

    • 03/12/2013 at 11:38

      Di certo è un investimento di tempo molto consistente, e tranne condizioni particolari è difficile riuscire a trovarlo… Ma forse basta iniziare, senza fretta, e il resto viene da sé. 🙂

  4. 26/10/2015 at 19:20

    Proust è il MIO autore, mi ha preso l’anima. e, quando ho disponibilità di tempo, ma soprattutto la necessità di lasciarmi invadere da quelle sensazioni, dalla sua ironia, anche dal suo senso dell’umorismo, nella descrizione per esempio della zia Leonie e dei suoi malanni e dalle osservazioni così profonde che sconvolgono e pensi: ” anch’io sento questo, ma lui me l’ha svelato! Una meditazione.

    • 27/10/2015 at 13:24

      Verissimo, anche per me è così! E quando passa molto tempo senza che l’abbia letto sento la necessità di ritrovarlo, perché è come ritrovare me stessa.

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